Proteggere i minori dagli abusi online è un obiettivo imprescindibile. Nessuno mette in discussione la gravità di un fenomeno come la pedopornografia, né la necessità di strumenti efficaci per combatterlo. Ma la proposta di regolamento europeo conosciuta come Chat Control rischia di imboccare una strada sbagliata: quella di una sorveglianza di massa che, nel tentativo di colpire i criminali, finisce per violare la privacy e i diritti fondamentali di milioni di cittadini rispettosi della legge. Il testo in discussione a Bruxelles prevede che i fornitori di servizi digitali (dalle app di messaggistica come WhatsApp, Signal e Telegram alle piattaforme di posta elettronica) siano obbligati a introdurre sistemi automatizzati di analisi dei contenuti. L’obiettivo è individuare immagini, video e testi riconducibili ad abusi sessuali su minori o attività di grooming. Per farlo, i messaggi dovrebbero essere “letti” da algoritmi prima ancora di essere crittografati, cioè prima di diventare sicuri e privati.
Il principio è rivoluzionario, ma anche profondamente problematico. La segretezza della corrispondenza sancita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea verrebbe messa in discussione, perché ogni comunicazione privata diventerebbe potenzialmente soggetta a controllo. Non si tratterebbe più di indagini mirate su sospetti concreti, ma di un monitoraggio generalizzato su tutti, nella speranza di individuare contenuti illegali. Un cambio di paradigma che molti giuristi ed esperti considerano incompatibile con i principi dello Stato di diritto.
Le criticità non sono solo giuridiche, ma anche tecnologiche. Perché il sistema funzioni, la crittografia end-to-end (oggi uno dei pilastri della sicurezza online) dovrebbe essere aggirata con la cosiddetta client-side scanning, ovvero l’analisi dei contenuti direttamente sul dispositivo dell’utente. Questo comporterebbe l’introduzione di “backdoor” che potrebbero diventare vulnerabili ad attacchi informatici e violazioni su larga scala. In altre parole, per combattere un crimine si rischia di aprire la porta a molti altri.

A ciò si aggiunge il problema dei falsi positivi. Le tecnologie di riconoscimento automatico non sono infallibili: possono segnalare immagini innocue come sospette, interpretare male conversazioni private, generare indagini infondate. Il risultato sarebbe un sovraccarico di segnalazioni inutili per le forze dell’ordine e, soprattutto, la possibilità che cittadini innocenti finiscano sotto osservazione per errori dell’algoritmo. C’è poi la questione dell’efficacia. Molti esperti sottolineano che chi diffonde materiale pedopornografico troverà comunque altri canali, più sicuri e difficili da monitorare: reti decentralizzate, software personalizzati, piattaforme nel dark web. La misura rischia così di colpire soprattutto le comunicazioni ordinarie, senza intaccare in modo significativo il cuore del problema.
Il timore più profondo, però, è quello del precedente. Una volta introdotto un sistema di sorveglianza preventiva sulle comunicazioni private, sarà difficile tornare indietro. Oggi l’obiettivo è combattere la pedopornografia, domani potrebbe essere contrastare il terrorismo, dopodomani monitorare la disinformazione. La linea di confine tra tutela e controllo diventerebbe sempre più sottile, e il rischio di abusi sempre più concreto.
La lotta agli abusi sui minori merita strategie serie e mirate: più risorse alle indagini, maggiore cooperazione internazionale, strumenti di segnalazione efficaci e garantiti dal controllo giudiziario. Ma non può diventare il pretesto per una sorveglianza digitale indiscriminata e permanente su tutti. Il Chat Control, così com’è concepito, rischia di intaccare il cuore stesso delle democrazie europee, fondate sulla presunzione di innocenza, sul diritto alla riservatezza e sulla libertà di comunicare senza essere spiati. E, paradossalmente, potrebbe rivelarsi anche uno strumento poco efficace contro i criminali che dovrebbe colpire.
Per questo la discussione su questa proposta non riguarda solo la sicurezza dei minori, ma il futuro delle libertà digitali di tutti noi.


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